Dopo essere stata con noi in diversi seminari e corsi formazioni le abbiamo chiesto un’intervista per raccontarci di lei, del suo lavoro e della sua esperienza con le imprese del territorio: è Regina Moretto, l’esploratrice di scrittura potente.

Buongiorno Regina, ci racconti un po’ di te e di cosa ti occupi?
Sono Regina Moretto, esploratrice di scrittura potente. Questa definizione me la sono data lavorando proprio con la scrittura in un modello di workshop che propongo anche ai miei clienti e che serve a capire qual è il tuo personal branding. Prima di elaborare questa definizione il mio lavoro era sempre molto difficile da spiegare. Quando mi chiedevano “cosa fai?” e io rispondevo “scrivo”, le persone pensavano ai libri, e a mille altre cose, in più, è uno di quei lavori che tutti pensano di saper fare e che, a meno che tu non sia un autore di libri, non ha un’identità ben definita.
Inoltre, io lo facevo in modo diverso, come ognuno di noi fa qualcosa secondo le proprie specificità. Avevo quindi la necessità di spiegare alle persone, al mio target, che cosa faccio e perché è diverso da quello che fanno gli altri copywriter.
Esploratrice è uscito proprio dal fatto che amo molto viaggiare, ho studiato lingue (francese, portoghese e spagnolo) e ho abitato all’estero per vari anni: quattro in Africa, due in Francia e poi sempre in giro. Credo che esplorando, quando ci si aprono possibilità e strade nuove, arrivano idee e progetti che si possono costruire e condividere con le persone.
L’esplorazione è quindi rimasta sempre una delle mie azioni preferite perché mi piace provare cose nuove e se funzionano per me le propongo anche ai miei clienti.
Le mie passioni, (le cose più importanti), sono viaggiare, leggere e scrivere.

Sei un’esploratrice, ma com’è nata questa definizione? Un giorno ti sei svegliata con un’illuminazione o hai utilizzato un metodo per trovarla?
Diciamo che, vista la difficoltà nello spiegare cosa facevo, mi definivo una manovale, una manovale della comunicazione. Era un modo di far capire alle persone che prendevo vari elementi e strumenti e costruivo qualcosa di concreto, perché i testi, la comunicazione, i video sono concreti. Poi un giorno andai, da una mia cliente, a frequentare un corso di formazione manageriale esperienziale con i cavalli; al termine della giornata la mia cliente mi disse “manovale della comunicazione non va bene, è riduttivo”, e così cominciai a chiedermi cosa fare. Mi misi a scrivere ispirandomi a immagini e oggetti, proprio come si fa nel workshop di Scrittura Potente “La bella storia”, in cui propongo ai partecipanti di lavorare sul proprio Personal Branding, partendo da fotografie e oggetti. Presi le mie fotografie, a varie età, cominciai a scrivere e mi accorsi che c’era una parola fortissima che emergeva rispetto alle altre ed era proprio “esplorare”. Così mi chiesi “perché non scrivere esploratrice?”; subito mi sembrò una cosa da pazzi, ma poi mi resi conto che mi rappresentava: ero io. Ora le persone non fanno una piega quando mi presento, perché è una definizione che mi appartiene.
Un’altra frase che trovai durante questo workshop con e su me stessa fu “trovo le parole giuste per farti vendere di più”. Quando mi domandai dove utilizzarlo capii presto che LinkedIn poteva essere il luogo migliore. Da una tecnica simile era uscito, anni prima, anche “Azioni per la realtà mutante”, il mio payoff.

Quando hai scoperto la tua passione per le parole?
A 4 anni volevo capire cosa facessero gli adulti quando leggevano. Mi tormentavo per capire ma nei miei libretti c’erano solo figure e in più vedevo che, quando un adulto leggeva, il racconto era sempre uguale. Chiesi così a mia sorella di scrivermi una parola e lei scelse “sole”, me lo ricordo bene. Presi il foglio con la parola e andai dalle mie tre sorelle e dalle zie a farglielo leggere: tutti leggevano la stessa parola, fu come una folgorazione. Al tempo, naturalmente, non conoscevo ancora la linguistica per cui non sapevo che non è detto che uno stesso suono abbia lo stesso significato. Però diciamo che è stato un episodio che mi colpì molto e insistetti per poter imparare l’alfabeto. Quando, in prima elementare, imparai a leggere fu meraviglioso: mi piaceva leggere qualsiasi cosa, dalle etichette dell’acqua minerale alle insegne.
Un altro momento che mi ha sicuramente segnato riguarda il liceo, quando cominciai a studiare greco, apprendendo un nuovo alfabeto.

Passiamo a parlare del tuo lavoro con le aziende: quando un’impresa ti contatta ha già le idee chiare su cosa vuole fare? Cosa ti chiede solitamente? E tu come ti approcci a loro?
Diciamo che se l’azienda è piccolina mi chiama il titolare, ed è meglio, più semplice; se è media/grande mi chiama il marketing manager o un collaboratore e lì la trafila è più lunga perché ci sono più passaggi. La mia risposta è univoca “vengo lì ma fatemi parlare con chi decide”. Perché, un altro fattore molto importante della comunicazione è la trasmissione dei concetti e, in questo caso, poiché dipende da me, preferisco non avere troppi intermediari.
Chi mi contatta perché mi ha conosciuta tramite LinkedIn ha le idee più chiare, perché uso i miei profili social per costruire il mio personal branding e dare spessore a quello che faccio. Quindi chi mi chiama da LinkedIn o Facebook, di solito mi dice che ha visto un video, un contenuto e mi cerca per l’ottimizzazione del profilo. Se invece vengo contattata per passaparola o per la scrittura, in generale, lì si apre un mondo. Mi chiamano per i testi del sito e io comincio con porre molte domande ovviamente, sul target, sul funnel creato, sulla call to action, chi si occupa delle vendite e chi del back-office, qual è il lessico aziendale e così via. A volte non sanno proprio cosa rispondermi, ma decidono di seguirmi, coinvolgendo collaboratori e dipendenti, capendo che si tratta di un lavoro ben più ampio della redazione dei testi. Intervenire anche solo su una piccola parte della comunicazione è come tirare un lembo di una tovaglia su un tavolo apparecchiato: si muove tutto. Se invece non decidono di seguirmi rifiuto il lavoro perché voglio essere pagata per un lavoro efficace, voglio un cliente felice di pagarmi perché vede la differenza prodotta sul suo business grazie al mio lavoro.

Se dovessi spiegare LinkedIn ad una persona che non lo conosce e che non sa come utilizzarlo, cosa gli diresti?
Come funziona LinkedIn? Io posso dirti che su LinkedIn trovi clienti, funziona così.
Per trovare clienti è però importante comunicare nella maniera giusta, ma anche fare una serie di azioni strategiche che portino a collegarti con le persone giuste per te.
Perché se tu hai un profilo meraviglioso e non hai i giusti collegamenti è come andare a una festa con un abito sontuoso, ma non ballare e starsene seduti. Quindi, il primo passo è essere belli, avere una fotografia adeguata, essere riconoscibili, evidenziare i propri caratteri distintivi, per cui una persona che arriva nel tuo profilo capisce subito chi sei e cosa puoi fare per lei.
Il secondo e terzo passo riguardano la ricerca di persone interessanti per te e l’inizio delle relazioni. È necessario ed essenziale l’interesse verso l’altro: oggi ci sono moltissime persone che ti chiedono il collegamento e ti inviano link, materiali, solo per venderti qualcosa, senza nessun tipo di interesse verso il tuo profilo e la tua professionalità: è terribile!
Quando arriva una persona da me che vuole utilizzare LinkedIn le faccio, prima di tutto e come sempre, tante domande. La parte più importante riguarda appunto le domande e le risposte, le spiegazioni sono successive.

Come far capire ad un’azienda che il personal branding è parte essenziale della comunicazione aziendale?
Lo spiego così, prima siamo persone, poi siamo persone che fanno qualcosa.
La gente è abituata a definirsi solo attraverso la propria occupazione, ma ogni persona è prima di tutto qualcuno. I social hanno messo l’accento su questa parte, nel bene e nel male, perché, purtroppo, ci sono anche lì le esagerazioni. I social si chiamano social perché creano relazioni e le relazioni si creano tra le persone non fra ruoli aziendali; io compro più volentieri se so che chi mi vende il prodotto o servizio ha dei valori in comune con me.
Vendo più volentieri a un cliente se so che condivide la mia etica.
Un aspetto importantissimo, da noi ancora poco evidente, se non nelle grandi organizzazioni, è il fatto che siamo un sistema, una costellazione. Se, per esempio, guardi gli anglosassoni su LinkedIn vedi quanti lavorano per l’azienda, chi sono, sia che si tratti di una grande o di una piccola impresa. Da noi le persone sono invece restie, magari per questioni di privacy, a utilizzare LinkedIn per promuovere il valore dell’azienda per cui lavorano, ma per fortuna qualche azienda sta sviluppando policy specifiche, con accordi chiari.
Il profilo LinkedIn è ovviamente personale, ma come dice il collega e LinkedIn Trainer Luca Bozzato, se non hai problemi ad andare in giro con il biglietto da visita aziendale, arrenditi al fatto che il Profilo LinkedIn è ormai imprescindibile, proprio come il biglietto da visita.

Come evolverà, secondo te, LinkedIn e, più in generale, il digitale? Quali potrebbero essere le novità che vedremo prossimamente?
È dall’anno scorso che lo dico, siamo al massimo, all’apice. Perché, come al solito, la gente si sveglia tardi. Quando, cinque anni fa, proponevo l’utilizzo di LinkedIn molti declinavano. Ora mi cercano e io dico loro che potranno sfruttarlo con efficacia, forse, ancora per due anni. Il futuro riguarderà sicuramente i chat bot, la ricerca vocale e i motori di ricerca semantici. Sto analizzando come lavorano i chat bot, come interagiscono e rispondono. La cosa terribile è la ragione che sta alla base dell’utilizzo di questi strumenti, che è la pigrizia intellettuale delle persone che non sanno più scrivere e non vogliono nemmeno digitare. Io, per prima, utilizzo i messaggi vocali di Whatsapp ma questo porterà sicuramente ad un impoverimento, a una perdita della dimestichezza con le parole.
Sono comunque fiduciosa che lo studio e la conoscenza ci aiuteranno a evitare di ritrovarci talmente poveri di parole da non avere nemmeno la capacità di parlare. Di sicuro dovremo continuare a esplorare orizzonti nuovi, senza restare ancorati alla comunicazione tradizionale.
Sta di fatto che i Nativi Digitali ci spingono verso modalità comunicative nuove: preferiscono scrivere anziché parlare, fruire e condividere in maggioranza contenuti visuali, utilizzare dispositivi mobili. Vivono immersi nelle piattaforme, da Amazon, a Netflix, a Booking, a Spotify, ai social. Musica, film, contenuti, acquisti, fashion, esperienze, vacanze, viaggi, relazioni si possono basare anche sul digitale.
La sfida è “restare umani”.
Le sfide le colgo sempre.

Per conoscere Regina visita il suo profilo LinkedIn.

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