La formazione è la politica attiva per eccellenza. L’Italia può uscire dall’impasse in cui ancora si trova solo puntando sul Made in Italy, che è la peculiarità che può traghettare la nostra manifattura, seconda in Europa e sesta nel mondo, verso la meta del primato assoluto. Ma se si rinuncia a trasferire le competenze, in particolare da coloro che escono dal mondo del lavoro ai giovani che dovrebbero sostituirli, rischiamo di perdere un’heritage importantissima e anche un treno che con ogni probabilità non passerà di nuovo».
A dirlo a Industria Italiana è Bruno Scuotto, presidente di Fondimpresa, ovvero il più importante Fondo interprofessionale per la formazione continua in Italia.
Costituito da Confindustria, Cgil Cisl e Uil, conta oltre 185.000 imprese aderenti, di cui il 98,5% Pmi, con 4.460.000 lavoratori. Il Fondo finanzia la formazione dei lavoratori delle aziende iscritte, indirizzando i finanziamenti verso i più moderni fabbisogni, e promuove la diffusione e la cultura della formazione. «Con l’obiettivo che le imprese italiane facciano più formazione e la facciano meglio, sfruttandone a pieno le capacità di generare sviluppo e occupabilità», dice Scuotto. Che dal suo osservatorio privilegiato sul rapporto tra imprese e formazione intravede uno scenario dai contorni preoccupanti.
Fondi interprofessionali: non perdere questa occasione
La realtà dei fondi interprofessionali è poco conosciuta alle imprese. Aderire a questi fondi è gratuito e consentono alle aziende di destinare lo 0,30% ai fondi interprofessionali, e quindi alla formazione dei propri dipendenti, invece di lasciarlo gestire dalla mano pubblica. Un’ occasione da non perdere.