CONTRATTI INTERNAZIONALI: IL VADEMECUM

Questa rubrica, dedicata alla contrattualistica internazionale, contiene articoli che hanno l’obiettivo di mettere in luce le principali problematiche di carattere generale che si presentano a chi negozia dei contratti internazionali di vendita o distribuzione, illustrando, attraverso le spiegazioni di consulenti del settore, le soluzioni più comunemente adottate nella prassi contrattuale.

Oggi intervistiamo l’avvocato Marta Dal Pra   dello Studio Legale CDF Legal

Che cos’è un contratto internazionale?

Il Contratto Internazionale è l’accordo che coinvolge partners commerciali che non solo appartengono a Stati diversi, ma anche a sistemi giuridici spesso molto diversi tra loro come quelli di civil e di common law. Tuttavia ben può qualificarsi “internazionale” anche un accordo tra soggetti appartenenti allo stesso Paese, ma che produce i suoi effetti in un Paese straniero, come ad esempio accade nel caso dei contratti di distribuzione. Il Codice Civile italiano (art. 1321) definisce il contratto come “l’accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”. Questa definizione è comune ad ordinamenti quali quello spagnolo e francese. Diverso in parte il modello di Germania, Grecia e Danimarca, dove il termine contratto ha un significato più ampio e può estendersi anche ad accordi inerenti rapporti giuridici non patrimoniali. Nel diritto inglese, invece, il contratto è genericamente definito come “an agreement which will be enforced by the law”. Cosa significa questo in pratica? Che nei paesi di Common law (ovvero legati all’ordinamento anglosassone) non è l’ordinamento (esterno alle parti) che stabilisce i principi generali dei rapporti commerciali (potendo il contratto rinviare, come accade in Italia, genericamente al Codice Civile laddove non si fossero regolamentate nello specifico determinate clausole) ma l’accordo stesso delle parti è legge che disciplina il rapporto. I contratti internazionali possono essere quindi spesso molto dettagliati e specifici: veri e propri “abiti sartoriali”, redatti “su misura”. Da tutto ciò deriva che un elemento essenziale da definire molto chiaramente sarà la legge nazionale applicabile al nostro contratto in caso di controversie, ovvero laddove il contratto non disciplini in modo completo le dinamiche commerciali. Purtroppo infatti, per quanto un contratto possa essere “self- regulatory” ovvero contenente un buon dettaglio di regole, non tutto potrà essere sempre prevedibile. Ecco allora l’importanza di scegliere la legge applicabile in caso di necessità ed il foro competente (ovvero il luogo dell’eventuale Giudice competente a decidere).

Quali sono le caratteristiche di un buon contratto internazionale?

Tre sono le caratteristiche fondamentali che dovrebbero essere presenti in un contratto internazionale: completezza, senso della prospettiva, equità. Completezza, si badi bene non significa necessariamente prolissità. Significa piuttosto che il contratto dovrà contenere in modo assolutamente chiaro e conciso la disciplina di ogni aspetto importante del rapporto commerciale, rapporto che per tale motivo fin da subito dovrà essere ben noto alle parti in tutte le sue caratteristiche e peculiarità. Un buon contratto poi dovrà essere redatto guardando al futuro: esso dovrà non solo ( e non tanto) disciplinare il presente ma soprattutto il futuro sviluppo del rapporto commerciale. Ultimo aspetto: l’equità. Solo un contratto che permette un bilanciamento equilibrato e corretto delle reciproche esigenze (diritti/obblighi) sarà soddisfacente, avrà una buona tenuta nel tempo e porterà buoni risultati economici.

Quanto può durare una trattativa volta alla conclusione di un contratto internazionale? 

Nella stipula dei contratti internazionali può accadere spesso che la trattativa sia anche molto lunga e faticosa. Questo contrasta alle volte con il bisogno dell’imprenditore di iniziare subito a vendere, a distribuire il proprio prodotto sui mercati esteri, a raggiungere risultati economici velocemente. Il consiglio è: non farsi sopraffare dall’urgenza di conquistare un mercato estero ed essere in ogni caso attenti per compiere i passi giusti. Il rischio è che, per la fretta, si conduca una trattativa con un partner estero per poi accorgersi che, ad esempio, non vi era alcuna intenzione di contrarre da parte del nostro interlocutore, e che la trattativa era stata effettuata solo per carpire informazioni riservate o impedire altri accordi con competitors. Meglio stabilire molto bene le regole della trattativa e non solo pensare alle clausole del contratto finale: lettera d’intenti, verbali delle riunione che si effettuano a livello commerciale, clausole di segretezza scritte etc. Questi sono solo alcuni degli strumenti consigliati per una maggior tutela delle parti. Obiettivi e priorità sono elementi da individuare subito e con precisione!

Contratto verbale o contratto scritto? E poi: che lingua usare?

Le PMI stipulano contratti internazionali scritti, ma non è una regola ferrea. Spesso una società inizia un rapporto commerciale con un nuovo partner firmando un semplice ordine e, dopo essersi garantita con la lettera di credito, spedisce la merce. Ma anche un contratto solo verbale può essere efficace se la legge non obbliga alla forma scritta. Solitamente le nostre PMI tendono a rifarsi a modelli contrattuali italiani regolati dal codice civile dimenticando che nel commercio internazionale le cose spesso funzionano diversamente. L’ordinamento italiano ha regole spesso molte diverse rispetto agli ordinamenti esteri, come abbiamo ricordato sopra: quindi estrema cautela! Per questo motivo, o si è molto esperti, o è assolutamente indispensabile non utilizzare il “fai da te”. In internet, possiamo trovare spesso modelli di contratti internazionali “a costo zero”: ma attenzione: tante e troppe potrebbero essere le insidie nell’utilizzo di modelli standard o scaricati dalla rete. Per quanto riguarda la lingua, meglio sempre individuare con una clausola apposita la lingua ufficiale che prevarrà, in ogni caso, su una eventuale seconda lingua utilizzata, in modo da evitare errori o diatribe interpretative. Per una impresa italiana buona la scelta di un contratto bilingue inglese/ italiano: la lingua inglese rappresenta infatti una lingua che potremmo definire “neutra” ovvero diffusa e ben conosciuta a tutti in ambito internazionale.

E quando le cose non vanno per il verso giusto?

Nel corso delle dinamiche commerciali possiamo accorgerci che qualche cosa non funziona come dovrebbe e/o che il partner commerciale non ha i nostri stessi obiettivi. Ancora, possono sorgere contrasti in ordine alla interpretazione del contratto. Ebbene: il contratto dovrebbe in maniera molto chiara prevedere anche le regole per uscire da una eventuale impasse. Non solo bisognerà, in questo caso, risolvere il problema, ma la soluzione dovrà essere il più possibile veloce ed economica oltre che ovviamente efficace. Altrimenti al danno derivante dal fallimento di un rapporto commerciale, si unirà anche il danno derivante dalla non celere ed efficace soluzione di un contenzioso. Consigliabile quindi prevedere una clausola di risoluzione delle controversie “a step”. Prevedere un prima passaggio anche formale e ufficiale per la risoluzione bonaria e stragiudiziale della questione. Poi in via sussidiaria, eventualmente concordare la mediazione o la conciliazione ovvero l’arbitrato (laddove gli interessi in gioco hanno una certa rilevanza economica). Il Giudizio ordinario potrà essere scelto, per contro, laddove in gioco vi sono interessi economici di lieve entità. L’importante è che in ogni caso nel contratto si dedichi particolare attenzione anche alla eventuale “fase patologica” del rapporto commerciale, regolando le modalità di risoluzione delle vertenze sulla base di una buona analisi di partenza del rapporto commerciale che si sta instaurando.